Famiglia Fantasma

Ho inviato ai dirigenti del sacco un po’ di informazioni sull’AIDS (le fonti sono citate)

Posted on: ottobre 9, 2008

Il Sacco non risponde alla mia mail… chihssà. Onde evitare che non glissino, ecco qui un po’ di informazioni utili che gli possono servire sicuramente per dare una valutazione, possibilmente pubblica, delle posizioni della dottoressa Atzori.

“Carissimi tutti della direzione,

aspettando una vostra risposta in merito alle convinzioni antiscientifiche della dottoressa Atzori che esercita presso il vostro ospedale, vi inoltro l’intervento di Edwin Camerun persona sieropositiva, omosessuale, presidente della Corte di giustizia della Repubblica Sudafricana alla XVII Conferenza mondiale sull’AIDS di Città del Messico. Vi ricordo che nella Repubblica Sudafricana, da sempre terra piagata dall’AIDS, l’omosessualità non solo è depenalizzata  ma le persone omosessuali possono sposarsi con rito civile.

Traduzione a cura di Rojas Lima e Silva – P24 Lila Livorno

Notate che mi sono impegnato a citare le fonti in modo da aiutarvi a verificare la veridicità della mia segnalazione nonché l’affidabilità delle affermazioni che esso contiene.

Gian Mario Felicetti”

Segue l’intervento, sotto riportato.

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Settembre 2008

Negli ultimi anni si è visto un incremento dei numeri di processi per l’esposizione o trasmissione dell’hiv, in particolare in Nord America. In alcune parti dell’Africa, Asia, America Latina e Caraibi, i legislatori hanno identificato nuovi reati specifici riguardanti l’hiv e il numero di processi è in aumento.

Lo stimolo per l’applicazione del diritto penale nasce dalla volontà di punire chi trasmette l’hiv, con lo scopo di rendere giustizia, e dalla convinzione sbagliata che condannando la trasmissione del virus si possa prevenire ulteriori nuove infezioni.

Alla luce di un uso sempre più frequente del diritto penale in questo campo, crescono anche le

preoccupazioni intorno agli effetti contrari di tale applicazione della legge in termini di sanità pubblica e diritti umani.

Questo documento contempla 10 motivi per cui l’utilizzo del diritto penale in tali casi rende la “public policy” ingiusta e inefficace, tranne quando vi è trasmissione intenzionale, ossia quando qualcuno trasmette il virus con l’intento di danneggiare altri. In tali situazioni, però, le leggi già esistenti sono sufficienti.

1. L’applicazione del diritto penale ai casi di trasmissione o esposizione all’hiv non riduce la diffusione del virus

I policy makers (politici) sostengono che l’applicazione del diritto penale per sanzionare alcuni comportamenti delle persone hiv+ può ridurre la diffusione del virus tramite la riabilitazione o l’inabilitazione di chi commette reati specifici oppure dissuandendo altri dal farlo.

In verità non è mai stato dimostrato che l’applicazione del diritto penale ai comportamenti a rischio hiv sia in grado di riabilitare, impedire o dissuadere altri a compiere “reati” del genere.

Inabilitazione – Per rallentare la diffusione dell’epidemia i rapporti sessuali, lo scambio di siringhe o altri comportamenti a rischio dovrebbero essere vietati a un ampio numero di persone, cosa che nessuna legge, anche se specifica sull’hiv, è in grado di fare.

Infatti, mandare in prigione una persona HIV+ non le impedisce di trasmettere il virus. I  comportamenti a rischio sono prevalenti nei penitenziari di tutto il mondo e la maggior parte dei sistemi carcerari rifiuta l’introduzione di misure di prevenzione come la distribuzione di profilattici e materiale sterile per l’iniezione di sostanze, oltre a non prendere dei provvedimenti per ridurre stupri e altre forme di violenza sessuale.

Riabilitazione – Ci sono poche prove a conferma del fatto che le pene applicate ai comportamenti a rischio hiv possano riabilitare l’individuo, ossia dissuaderlo dai comportamenti a rischio di trasmissione che potranno presentarglisi in futuro.

La maggior parte dei casi di trasmissione dell’hiv è legata all’attività sessuale e/o all’uso di droghe, comportamenti di per sé complessi e molto difficili da cambiare facendo ricorso a sanzioni penali.

È molto più probabile che un cambio nei comportamenti a rischio avvenga come risultato di interventi quali counselling, sostegno e l’affrontare le cause di tali comportamenti.

Deterrente – È improbabile che le condanne penali possano fungere da deterrente per quei comportamenti che possono portare alla trasmissione dell’hiv per diversi motivi:

• Nel periodo in cui il rischio di trasmissione è più alto (i primi mesi dopo l’infezione), la maggior parte delle persone non conosce il proprio stato di sieropositività, limitando il valore preventivo di qualunque reato penale.

• La maggior parte delle persone che risultano positive al test hiv, riducono sostanzialmente i comportamenti a rischio di trasmissione, soprattutto se ricevono counselling adeguato e volontario quando si sottopongono al test.

Non ci sono dati scientifici sufficienti a supporto dell’affermazione che i procedimenti legali o la minaccia di tali azioni avranno un effetto apprezzabile nell’incoraggiare le persone hiv+ a rivelare il proprio stato sierologico ad eventuali partners sessuali o nel dissuaderli dall’avere dei  comportamenti a rischio.

2. Applicare il diritto penale per sanzionare i comportamenti a rischio di trasmissione hiv può in realtà mettere a repentaglio gli sforzi fatti in materia di prevenzione incluso il dissuadere le persone dal farsi il test

L’applicazione del diritto penale ai casi di trasmissione dell’hiv potrebbe dissuadere le persone dal farsi il test, mentre la mancata conoscenza del proprio stato sierologico potrebbe essere interpretata come la migliore difesa nel corso di un’azione legale. Ciò ostacolerebbe gli sforzi fatti per diffondere una cultura al sottoporsi al test e ai servizi di cura, trattamento e sostegno. Nelle giurisdizioni con legge specifiche sull’hiv, i consulenti sono spesso costretti a sottolineare che farsi il test esporrà a delle responsabilità penali nel caso si risulti hiv+ e si continui ad avere rapporti sessuali. Questo vanifica gli sforzi fatti per incoraggiare le persone a conoscere il proprio stato sierologico.

Inoltre, l’applicazione del diritto penale rinforza lo stereotipo del sieropositivo = criminale pericoloso. Questo porta ad un successivo disincentivo al test, a non vivere la sieropositività apertamente e in modo positivo e a non rompere il silenzio intorno all’epidemia.

Altre conseguenze indesiderate includono:

• La diffusione di informazioni sbagliate sull’hiv Un uso inappropriato ed eccessivamente ampio del diritto penale rischia di diffondere informazioni sbagliate sulle modalità di trasmissione del virus. In alcune giurisdizioni, gravi responsabilità penali vengono attribuite ad atti quali mordere, sputare, graffiare, malgrado le prove che con queste modalità il rischio di trasmissione sia straordinariamente basso (e in alcuni casi nullo). Questi processi rischiano di mettere a repentaglio gli sforzi fatti per educare la popolazione sulle modalità di trasmissione.

• La comparsa di un falso senso di sicurezza Attribuire la responsabilità della trasmissione esclusivamente alle persone sieropositive stempera il messaggio che tutti devono praticare dei comportamenti più sicuri, indipendentemente del proprio stato sierologico e che la salute sessuale è una responsabilità condivisa tra i partners. Le persone potrebbero presumere (a torto) che il loro partner è hiv- perché lo stesso non ha rivelato di esserlo e di conseguenza non prendere delle misure per proteggere sé stessi da un’infezione.

• La comparsa di sfiducia tra le persone hiv+ e l’équipe medica Le persone possono temere che le notizie concernenti lo stato di HIV+ possano essere usate contro di loro dal sistema giudiziario.

3. L’applicazione del diritto penale favorisce la paura e lo stigma

L’introduzione di leggi specifiche sull’hiv e i processi intentati contro le persone in hiv accusate di comportamenti che hanno portato alla trasmissione effettiva o meno del virus sono state spesso accompagnate da una copertura mediatica male informata o da commenti esposti da personaggi di alto livello come la pubblica accusa, funzionari del governo o legislatori.

Questo contribuisce allo stigma dell’hiv, oltre a marchiare le persone sieropositive come potenziali criminali e come una minaccia per gli altri.

Tragicamente, c’è lo stigma alla base dell’operazione di criminalizzazione; uno stigma radicato nel moralismo che origina dal contagio tramite rapporti sessuali: un pregiudizio morale che troppo spesso dà l’impeto per la promulgazione di simili leggi.

Più tragico ancora, queste leggi e processi non fanno altro che mettere legna sul fuoco dello stigma. I processi per trasmissione o esposizione del virus hiv e i contenuti raccapriccianti della promulgazione di tali leggi favoriscono l’idea che l’hiv sia una condizione di cui vergognarsi, scandalosa e indegna.

Edwin Cameron 2008

4. Anziché rendere giustizia alle donne, l’applicazione del diritto penale ai casi di trasmissione dell’hiv le mette in pericolo oltre ad opprimerle

I politici e sicuramente alcuni gruppi di donne, qualche volta sostengono l’applicazione del diritto penale ai casi di trasmissione dell’hiv pensando di poter proteggere il mondo femminile dall’infezione. Tante donne contraggono il virus all’interno della coppia o altri rapporti intimi, inclusi i casi di stupro e coercizione: le vittime di tali atti meritano giustizia.

Tuttavia, l’applicazione del diritto penale non contribuisce minimamente ad affrontare la marginalizzazione economica, sociale e politica che sono alla radice delle violenze di genere e della vulnerabilità delle donne all’hiv. Al contrario, c’è la probabilità che queste leggi siano usate per perseguire più spesso le donne che non gli uomini.

Ci sono tre motivi che portano a tale dubbio:

• Maggiore probabilità di essere a conoscenza del proprio stato sierologico. Poiché hanno più contatti con il sistema sanitario (incluso durante la gravidanza), le donne hanno più probabilità degli uomini di conoscere la propria situazione. Il trend delle richieste da parte dei medici di sottoporle al test risulterà in un maggior numero di donne consapevoli del proprio stato sierologico, perciò più esposte alla responsabilità penale laddove esistono delle leggi specifiche sulla trasmissione del virus. Per evitare di essere penalmente perseguite per aver esposto intenzionalmente il partner all’hiv, le donne che risultano positive al test dovrebbero rivelare la loro condizione al partner sessuale. In ogni modo per tante donne è sia difficile sia impossibile negoziare sesso sicuro o rivelare la condizione di hiv+ al partner perché ciò le metterebbe a rischio di violenze, di perdere la custodia dei figli, di essere diseredate e di altri abusi. La combinazione di diversi test di routine (particolarmente durante la gravidanza) e la criminalizzazione lascia alle donne una scelta impossibile: o il rischio di violenze derivato dalla rivelazione della condizione di sieropositività o il rischio di essere perseguite penalmente per averlo tenuto nascosto.

• Maggiore probabilità di essere incolpate. L’esperienza ci dice che le donne hanno più probabilità degli uomini di essere incolpate di portare l’hiv in famiglia e le leggi penali potrebbero costituire un altro strumento con cui opprimerle, in quanto tutto ciò può sfociare in sfratto, ostracismo, perdita delle proprietà e del diritto all’eredità. È evidente quindi che, nel caso di una rivelazione del proprio stato sierologico positivo, le donne correrebbero più rischi a causa della pressione esercitata dalle leggi specifiche.

• Trasmissione materno-fetale. Alcune leggi sulla criminalizzazione della trasmissione o esposizione all’hiv sono state redatte in termini generali permettendo di perseguire le donne che hanno contagiato il figlio durante la gravidanza o l’allattamento. Per milioni di donne in hiv/aids – che il più delle volte non hanno accesso a programmi di pianificazione familiare o ai farmaci per prevenire la trasmissione materno-fetale – questo potrebbe far diventare una gravidanza (indesiderata o meno) reato penale.

La criminalizzazione inoltre non è uno strumento efficace nel proteggere le donne dalla coercizione o da comportamenti violenti come lo stupro, dove c’è il rischio di trasmissione dell’hiv.

5. Le leggi sulla criminalizzazione della trasmissione o esposizione all’hiv sono redatte in termini generali e spesso puniscono dei comportamenti che non costituiscono reato Molte di queste leggi non sono redatte in modo esaustivo, lasciando margine all’inclusione di comportamenti dei quali la società non ha il minimo interesse nel punirli, mettendo così le persone a rischio di essere perseguite penalmente. Per esempio, alcune leggi richiedono che la persona hiv+ riveli il suo stato sierologico a tutti quelli con cui ha dei contatti sessuali, nel senso che possono essere arrestati se non lo fanno prima di baciare qualcuno o di avere altri contatti che non comportano nessun rischio di trasmissione.

Atre leggi invece condannano qualunque tipo di “omissione” che risulti nella trasmissione del virus, nel senso che non fare il test e quindi non essere a conoscenza del proprio stato sierologico potrebbe costituire un reato penale- senza che vengano fatti degli accertamenti per sapere se il test fosse disponibile o meno.

6. Indipendentemente da come sono redatte, le leggi sulla trasmissione o esposizioneall’hiv spesso sono applicate ingiustamente, in modo selettivo e inefficace

• Rischio di azioni giudiziarie mirate o mutevoli. Dato lo stigma che ancora avvolge l’hiv e la persistente discriminazione che ne deriva, c’è il timore che le sanzioni penali vengano indirizzate verso quelle fasce della popolazione socialmente e/o economicamente marginalizzati. Per esempio, in una giurisdizione un senzatetto è stato condannato a 35 anni di prigione per aver sputato addosso al poliziotto che lo stava arrestando per condotta contraria all’ordine pubblico. Diversi altri casi suggeriscono che il diritto penale viene invocato in circostanze clamorose, certe volte nei riguardi di immigrati e stranieri oppure occasionalmente in risposta alle campagne emotive dei media.

In generale, laddove esistono dei procedimenti specifici sull’hiv, sono pochi i casi di trasmissione che vengono perseguiti sul numero totale di infezioni che avvengono ogni anno. L’intervento del diritto penale potrebbe essere visto come soggetto a capricci e di conseguenza ingiusto.

• Prova ed errore giudiziario. Provare che l’accusato era hiv+ al momento del reato e dimostrare “chi ha infettato chi” è una sfida seria. Chi sa per primo della propria sieropositività potrebbe essere accusato di aver portato il virus all’interno della coppia, anche se non si può sapere chi è stato contagiato per primo.

Potrebbe non essere chiaro se è stato l’accusato o un’altra persona a trasmettere effettivamente il virus alla parte lesa. Per provare la colpevolezza sono richieste delle prove scientifiche. Negli ultimi anni, laddove ci sono delle risorse a disposizione (il che non è il caso della maggior parte dei paesi in via di sviluppo), nei processi per hiv, la pubblica accusa ha sempre più spesso fatto ricorso a prove scientifiche come il test filogenetico (che cerca di stabilire una relazione genetica tra i virus delle parti in causa) con l’obiettivo di provare che l’accusato fosse effettivamente la fonte dell’infezione e di escluderne altre. Tuttavia, queste prove tecniche e i loro limiti non sono ancora stati capiti dalla polizia, dalla pubblica accusa, dalla difesa o dai media, tantomeno viene capito bene dalle persone in hiv+ o dalle organizzazioni di settore. Di conseguenza c’è un forte potenziale di errori giudiziari.

• Invasione della privacy. C’è il timore che la privacy dei dati sensibili custoditi dai professionali della sanità o da consulenti venga violata nella ricerca di prove nel corso dei procedimenti giudiziari. Compromettere la privacy può avere un effetto negativo sulla disponibilità delle persone hiv+ nel discutere di comportamenti a rischio con i loro consulenti e nel cercare sostegno, oltre che sulla volontà di trattarsi per altre infezioni sessualmente trasmissibili, alla presenza delle quali il rischio di trasmissione aumenta.

7. Modi per punire i comportamenti biasimevoli

Un motivo spesso avanzato dai politici per criminalizzare la trasmissione dell’hiv è quello di fare giustizia, punendo il colpevole e ottenendo giustizia per la parte lesa.

Imporre delle sanzioni penali è giustificabile solo in quei casi in cui la condotta è chiaramente moralmente biasimevole, tale da meritare di essere “punita”. L’uso delle sanzioni penali non può essere giustificato quando una persona hiv+ non è a conoscenza del proprio stato sierologico, prende delle misure per ridurre la probabilità di trasmissione, ha dei rapporti con partners consapevoli di essere sieropositivi e in tante altre circostanze.

In altre parole la criminalizzazione è inappropriata e potenzialmente pericolosa nella stragrande maggioranza dei casi di trasmissione o esposizione all’hiv. In tali casi le leggi già esistenti, non necessariamente specifiche sull’hiv, sono sufficienti per colpire chi agisce con l’intento di trasmettere il virus. Gli individui che sanno di essere hiv+ hanno la responsabilità morale di prendere tutte le misure ragionevoli per proteggere gli altri quando hanno dei comportamenti a rischio, sia prendendo delle precauzioni sia rivelando la propria sieropositività quando le circostanze permettono di farlo senza correre il rischio di subire violenza. Viceversa le persone che non sono a conoscenza del proprio stato sierologico, hanno il dovere di proteggere sé stessi e gli altri quando possibile.

L’applicazione del diritto penale, tuttavia, richiede che la persona agisca con il chiaro proposito di danneggiare altri, cosa eccezionale nei casi di trasmissione dell’hiv e molte giurisdizioni hanno già delle leggi adeguate per perseguire tali eventi, senza che si debba identificare altri reati specifici correlati all’hiv.

8. Le leggi specifiche sull’hiv eludono le sfide reali in termini di prevenzione

L’applicazione del diritto penale trova sostegno tendenzialmente nei posti dove c’è una scarsa volontà politica e insufficienti risorse economiche che permettono di aumentare progressivamente le prove e i metodi scientifici per prevenire la diffusione dell’hiv. In alcuni paesi i governi, anche se vogliono dimostrare di agire, sono riluttanti nel mettere in atto delle misure efficaci di prevenzione basate sui diritti umani che potrebbero risultare controverse o richiedere investimenti più intensi, come aumentare progressivamente il numero di test HIV, migliorare l’assistenza alla pianificazione familiare (reproductive health), istituire programmi di riduzione del danno. L’applicazione del diritto penale ai casi di trasmissione dell’hiv fornisce il sostituto a un espediente politico.

Questa tattica tralascia in modo particolare il mondo femminile, per cui il diritto penale è un sostituto alla promulgazione e l’inasprimento delle leggi e delle politiche che contemplano la sua subordinazione economica e sociale oltre alle violenze di genere. In alcuni paesi le donne arrivano addirittura a sostenere l’applicazione del diritto penale ai casi di esposizione o trasmissione dell’hiv perché credono che sia l’unica azione che il governo possa essere capace di concretizzare per combattere l’epidemia.

Ma il costo da pagare è una minore attenzione a tutte quelle misure che fanno la differenza nella lotta all’epidemia come:

• una vasta campagna educativa sull’hiv/aids

• l’integrazione dei servizi di prevenzione dell’hiv nei servizi di medicina riproduttiva (reproductive health)

• la distribuzione di profilattici, siringhe sterili ed altri metodi per ridurre la diffusione dell’hiv tra le persone sessualmente attive e tra i consumatori di droga per via iniettiva

• i programmi che affrontano le cause alla base della vulnerabilità all’infezione (povertà, violenza, discriminazione e uso di sostanze).

In particolare nei paesi a risorse limitate che hanno introdotto leggi specifiche sull’hiv, stanziare risorse già limitate per i procedimenti penali piuttosto che per delle misure di prevenzione efficaci e programmi che affrontino le questioni alla radice come le violenze domestiche e la subordinazione delle donne, sarebbe tradire sia la sanità pubblica che i diritti umani.

Invece di applicare il diritto penale alla trasmissione dell’hiv, i governi dovrebbero espandere quei programmi che si sono dimostrati efficaci nel rallentare la trasmissione del virus, nel rispetto dei diritti umani sia delle persone HIV+ sia HIV-.

UNAIDS Policy Brief Criminalization of HIV Transmission 2008

9. Invece di introdurre delle leggi sulla trasmissione o esposizione all’hiv, i legislatori dovrebbero riformulare quelle che ostacolano la prevenzione e il trattamento

La legge può comunque essere uno strumento potente nella lotta all’aids, ma dev’essere usata per conferire potere ai gruppi vulnerabili e assicurare loro l’accesso ai servizi, non per punirli o  emarginarli.

In alcuni paesi da parte dei legislatori sarebbe un passo più giusto da compiere nella lotta  all’epidemia la rimozione delle barriere legali che ostacolano la prevenzione, l’acceso al trattamento, all’assistenza e il sostegno. Sono necessarie inoltre, leggi contro le discriminazioni che colpiscono le persone hiv+, che garantiscano il risarcimento a seguito di violenze subite e la parità di accesso ai servizi per il trattamento dell’hiv.

I legislatori possono anche lavorare per riformulare le leggi che ostacolano la prevenzione. Per  esempio, la maggior parte delle persone più a rischio di contrarre l’infezione come le sex workers, i consumatori di droga per via endovenosa e i maschi che fanno sesso con altri maschi non si  rivolgono ai servizi per paura di incorrere e di essere arrestati per i reati contemplati dalle leggi anti-droga, anti-prostituzione e anti-sodomia. È dimostrato infatti che l’approccio punitivo all’uso di droghe, alla prostituzione e all’omosessualità alimenta lo stigma e l’astio contro i gruppi socialmente marginalizzati spingendoli ulteriormente a nascondersi e allontanandoli dai servizi per la prevenzione, il trattamento e la riduzione dell’hiv.

Invece di promulgare nuove leggi, i legislatori dovrebbero:

• Rimuovere le barriere che ostacolano la parità tra uomini e donne e promulgare leggi per il diritto delle donne a non subire violenze.

• Rimuovere le barriere legali alla distribuzione di profilattici e una vasta educazione sessuale, programmi di distribuzione di aghi e siringhe, trattamenti efficaci per la tossicodipendenza (incluso le terapie sostitutive a base di metadone o buprenorfina) ed altre strategie di comprovato successo nel ridurre il numero di infezioni.

• Promulgare delle leggi contro la discriminazione e a protezione delle persone in hiv o a rischio di contrarre l’infezione.

• Rimuovere i reati penali contro gli MSM (maschi che fanno sesso con altri maschi)

• Eliminare le sanzioni penali contro l’attività di prostituzione allo scopo di un empowerment dei/delle prostituti/e.

10. Ora più che mai bisogna vegliare che i diritti umani vengano rispettati nella lotta all’epidemia da hiv.

La criminalizzazione della trasmissione o esposizione all’hiv va contro i diritti umani. Piuttosto che cercare di fermare l’epidemia con la forza o la paura, i diritti umani enfatizzano la dignità – inclusa la libertà sessuale – di tutti, ponendoci nelle condizioni di fare delle scelte giuste per rispetto alla salute e alla vita. Queste condizioni includono il diritto a un’informazione indipendente, alla prevenzione dell’hiv, ai mezzi e tecnologie e al diritto di poter scegliere della propria condotta nei rapporti intimi come il sesso consensuale e la gravidanza.

Includono anche il diritto a non subire violenze, dalle aggressioni contro l’integrità fisica agli stupri commessi dai compagni e tutte le forme di coercizione sessuale; libertà dagli arresti arbitrari, dalle detenzioni e dalle incarcerazioni prolungate; dall’applicazione di leggi che criminalizzano l’attività di prostituzione, l’uso di sostanze e l’omosessualità.

Includono la parità di diritti per le donne a possedere delle proprietà e a ereditare, così da non cadere in povertà o diventare ancora più vulnerabili dopo la morte del marito o la dissoluzione del matrimonio.

Quando queste condizioni sono soddisfatte-, quando tutti hanno il controllo della propria vita sessuale e prendono delle decisioni basate su informazioni corrette riguardo ai metodi di prevenzione, le proposte di criminalizzazione della trasmissione dell’hiv faranno parte del passato.

Cordiali saluti.

Gian Mario

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2 Risposte to "Ho inviato ai dirigenti del sacco un po’ di informazioni sull’AIDS (le fonti sono citate)"

[…] in proposito l’interessnte post qui (grazie Famiglia Fantasma di occuparti di questi temi!). […]

Sscusa, qualche tempo fa l’Arcigay ha bloccato il traffico su quella cazzatella dei DiCo.
Per una cosa così mostruosa, il traffico non lo bloccano? O forse quelli che sono in cura al Sacco hanno paura di dover cambiare ospedale, dopo?
Se allo Spallanzani succedesse una cosa del genere, andrei lì e prenderei a schiaffi il medico incriminato, anche se dopo mi dovessero arrestare.
Perché non è vero che le parole sono meno violente delle azioni: ci sono delle parole che sono altrettanto o più violente. Una parola può distruggere la vita, a chi è già vulnerabile.
Un mio amico stava per suicidarsi perché i medici del San Gallicano non erano stati preparati a gestire con il tatto necessario la sua sieroconversione.
Se fosse stato in cura al Sacco, oggi forse non sarebbe più tra noi, e invece ora sta benissimo (a parte l’HIV, ovviamente).
La Atzori è una assassina: è ora di dirlo forte e chiaro. E agli assassini occorre impedire di uccidere ancora.

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