Famiglia Fantasma

LA Famiglia Fantasma a Cagliari – Prima parte

Posted on: giugno 25, 2008

Tempo fa sono stato a Cagliari e ad Elmas per presentare il libro la Famiglia Fantasma in una “due giorni” entusiasmante.

Ci sono tante cose che vorrei raccontare, ma in questo post voglio pupbblicare l’intervento di Francesco Mastinu. Assistente sociale, ha parlato durante la presentazione dedl libro presso la sala consiliare del comune di Elmas. E ha detto molte cose interessanti.

Quei giorni per me sono stati ricchi di nuove e preziose conoscenze. E la concomitanza con un incontro dei “direttivi regionali” dell’ordine degli assistenti sociali di molte regioni del centro-nord ha arricchito il tutto.

Per ora, leggete questo intervento. Fa sperare che molti assistenti sociali diano questa voce chiara ed importante, che pesa per la loro esperienza decennale e sul campo in merito alle coppie di fatto. Quando ancora nemmeno si parlava di famiglie omosessuali, loro ci sbattevano il muso e cercavano di tamponare le bruttezze di una società che non vuole vedere l’evidente.

Il Servizio Sociale Professionale ha da tempo avvertito l’allarme derivante dalle difficoltà, che soltanto adesso hanno assunto una certa rilevanza mediatica, riferite alle c. d. “coppie di fatto”, nuova struttura affettiva e sociale che certamente cozza con la concezione classica di “Famiglia Mono – nucleare” o dir si voglia “Tradizionale”. Questo cambiamento, che si è andato a strutturare in maniera più o meno uniforme in tutta l’Europa Occidentale, ha investito anche lo Stato Italiano, sebbene il substrato sociale e le differenze culturali hanno generato delle diversificazioni sul tema in base alla Regione presa in esame, e comunque ormai ha riguardato tre generazioni di cittadini. Il Fenomeno comunque, anche per la Regione Sardegna, è in costante crescita, ponendo pertanto diversi problemi anche per gli aspetti sociali individuali, di gruppo e di comunità in cui siamo titolati ad operare come professione.

L’Assistente Sociale si ritrova pertanto in prima linea ad affrontare il problema del vuoto normativo, che interessa soprattutto le fasce di popolazione che vivono il disagio di un non riconoscimento della coppia e quindi, di conseguenza, il disagio di una non tutela. Un problema a cui nel suo operare quotidiano non può sottrarsi, e che, navigando a vista, ha cercato di affrontare riferendosi ai principi propri della deontologia professionale, che in sintesi riassumo in: Rispetto dell’autodeterminazione dell’utente, Accettazione dello stesso, Ausilio in qualità di Agente di cambiamento ma riferito alle necessità e conforme ai desideri espressi di chi viene da noi a chiedere l’aiuto. Tali principi però, da soli, anche se applicati con la buona volontà dell’operatore, non colmano il vuoto sopra delineato, ma anzi, sono purtroppo ostacolati con la modalità di erogazione degli interventi che spesso non rispondono in maniera sufficiente ed esaustiva alle richieste delle persone che si trovano in situazione di disagio per lo stato di non riconoscimento giuridico. Quando ci troviamo di fronte a una richiesta, come operatori, siamo infatti portati a prendere in considerazione una situazione “di fatto”, ma purtroppo spesso accade, soprattutto per chi è incardinato in un Ente Pubblico e, quindi, sottoposto al rispetto della vigente normativa, ci troviamo in condizione di dover negare o tarare o limitare gli interventi in quanto per averne accesso bisogna possedere caratteristiche come: vincolo coniugale, esistenza di figli, presenza di divorzio, vita personale socialmente e sessualmente sana, e via dicendo.

Nonostante questa situazione, la nostra professione continua ad interrogarsi sull’argomento, ponendosi come riferimento il dato di fatto che il tessuto sociale e la modalità di gestire i legami affettivi sono variati. Sono state infatti intraprese delle proposte operative, come ad esempio, l’inserimento nel nostro codice deontologico, di un articolo che parli dell’accettazione e del riconoscimento delle coppie di fatto e del rispetto delle differenze di genere, anche se ovviamente questo non creerà un riconoscimento di queste famiglie in via ufficiale, ma soltanto un ulteriore eco per noi addetti ai lavori, e quindi per i cittadini che andiamo a tutelare con il nostro operare.

Il Problema va affrontato in primo luogo a livello normativo, e quindi politico, sicuramente prendendo atto dell’esistenza di tali legami, e successivamente adoperandosi, interrogandosi, ma soprattutto dialogando con il cittadino, affinché esso non sia più un problema.

Non è ignorando, o minimizzando, che si tutelano le persone che si sentono meno cittadini degli altri.

La problematica ormai presenta però anche delle deficienze a livello culturale, a causa di alcune criticità:

* Scarsa o inesatta informazione a tutto tondo sull’argomento;
* Circoscrizione del tema a una singola categoria di persone;
* Interventismo da parte di istituzioni morali o religiose sull’argomento;
* Incapacità prendere un orientamento da parte degli organi decisori e normanti che non si allineano né alle prescrizioni europee né alla variata realtà sociale dell’Italia;
* Non consequenzialità tra principi di tutela e reali azioni di intervento.

A tal proposito si propone l’esempio riguardante la Regione Sardegna, che stante quanto pubblicato nel sito “Sardegna Sociale”, quando si parla di Famiglia, afferma quanto segue:

“Nel quadro delle profonde trasformazioni che, in questi ultimi anni, hanno investito i rapporti tra generazioni e quelli tra generi, la famiglia mononucleare tradizionale, caratterizzata dalla coppia uomo/donna con figli, non rappresenta più la “normale” struttura entro la quale prendono corpo i legami primari. E’ infatti necessario includere le nuove forme che la famiglia oggi può assumere – coppie senza figli; famiglie ri-costituite, con o senza figli di precedenti unioni; singles, uomini o donne, con figli; coppie di omosessuali, con o senza figli; immigrati, con eventuali “altri” stili di coniugalità; famiglie non di tipo coniugale; famiglie multiple; famiglie unipersonali; famiglie con uno dei coniugi pendolare o assente per lunghi periodi e/o residente altrove -, che sono diventate occasione di trasformazione della comunità sociale in cui le famiglie stesse sono inserite.
Tale considerazione della famiglia impone che la programmazione delle Politiche Sociali tenga conto di bisogni diversificati e, di conseguenza, offra nel territorio un ventaglio di servizi che rispondano a queste nuove esigenze. In tale ottica, il principio che guida la programmazione regionale di interventi sulla famiglia sarà orientato in termini di “relativismo culturale” che obbliga a interventi sociali basati su criteri di diversità e molteplicità.”

Questa definizione, che si può intendere come una dichiarazione di intenti, è di per sé ammirevole, in momento in cui ancora una volta, le coppie di fatto, e in primis gli omosessuali, si sentono cittadini di seconda categoria.

Resta comunque il limite che, a fronte di una tale affermazione, di fatto negli interventi fin’ora proposti e legiferati dalla Regione, ancora una volta ci si ritrova di fronte alla scarsa attenzione e tutela delle “coppie more uxorio”. Infatti nella programmazione, perlomeno in ambito sociale, non si intravedono al momento spiragli di cambiamento.

Ritengo importante infine sottolineare che nessuno di noi può avere la bacchetta magica per cambiare la situazione odierna, ma comunque sono profondamente convinto che il nostro ruolo, a livello singolo, di gruppo, e soprattutto di comunità, possa fare da motore perché avvenga questo cambiamento, non foss’altro perché di giorno in giorno come operatori sperimentiamo ormai l’inadeguatezza della non tutela e del vuoto normativo che di fatto limita il benessere sociale, sanitario e psichico di chi si sente discriminato.

Per questo concludo rivolgendo a tutti i presenti:

* ai politici, chiedendo loro di riempire questo vuoto, lasciando da parte convincimenti personali in favore del benessere di tutti i cittadini;
* alle scuole e alle istituzioni di formazione, perché davvero mettano in atto una politica di insegnamento che meglio identifichi e tuteli l’educazione sulle differenze di genere e sul loro rispetto, arma vincente contro il bullismo e la futura discriminazione e xenofobia;

*  ai cittadini che si sentono discriminati, perché per una volta, nel mare dell’associazionismo variegato, trovino un punto d’incontro, aldilà di rivalità o preferenze politiche, per far sentire la propria voce, anche con nuove modalità, al fine di porre il problema alle Istituzioni e agli Operatori di rete sociale;

*  e infine ai miei colleghi, chiedendo loro di provare a battere nuove strade di programmazione e di intervento, con proposte, progetti, idee ed interventi da mettere in campo nelle sedi programmatorie con servizi nuovi, o semplicemente mutuati da alcune realtà europee, col fine di creare risposte ai bisogni emergenti, come quello che oggi abbiamo discusso, e contribuire quindi a un fattivo benessere comune.

Elmas, lì 14/06/2008

Assistente Sociale

Francesco Mastinu

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4 Risposte to "LA Famiglia Fantasma a Cagliari – Prima parte"

L’intervento dell’assistente sociale è tecnico, molto bello ed importante. Lo userò sul lavoro e nei miei corsi di formazione. Grazie a Gian Mario che l’ha raccolto.

Non posso far altro che ringraziarti
molto di quello che c’è scritto è purtroppo quello che è nella nostra prassi professionale … spero solo che questa piccola iniziativa (ma grande nell’impatto) sia la prima.. di una lunga serie!!!

La seconda parte????? 😉

[…] Mi ha fatto sorridere che alcuni di questi principi li avevo tirati fuori io nel mio piccolo in questa occasione, ma non sto scrivendo oggi per rivendicare nulla. Questa sentenza dovrebbe essere festeggiata, […]

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