Famiglia Fantasma

Le associazioni TLGB battono gli stilisti gay dieci a zero

Posted on: giugno 23, 2008

Un mio amico tempo fa è arrivato a mostrare comprensione verso quegli stilisti che, pur essendo omosessuali (dichiaratamente o a furor di popolo), non spendono neanche una lira nè una parola per la causa omosessuale. La spiegazione di tanta comprensione? Non c’è una realtà omosessuale degna di fiducia e quindi fanno bene a pensare solo ai cavolacci loro.

Condivido che, ad oggi, non esista una realtà omosessuale degna di fiducia. Ma i punti di debolezza di questa deduzione sono due.

  1. Prima di tutto occorre capire perché le principali associazioni TLBG non sono sufficientemente democratiche.
  2. In secondo luogo, è ingenuo immaginare che una realtà misera, debole e minoritaria come quella dell’attivismo gay, sia immutabile. L’iniziativa di imprenditori miliardari non lascerebbe nulla così come è nel panorama TLGB.

Se arrivasse un carico di milioni (lo dico per il gusto di esagerare), e se questi soldi arrivassero insieme ad un progetto non dico politico (perché la politica non la fanno gli sponsor) ma “imprenditoriale” (misurabile, quantificabile e controllabile dall’opinione pubblica), la realtà dell’attivismo TLGB non rimarrebbe così come è, ma si adeguerebbe di conseguenza, secondo delle pressioni “virtuose”. Insomma, con un contributo privato, associazionismo TLGB italiano potrebbe assomigliare molto di più a quello anglosassone.

Cosa può offrire, un imprenditore miliardario, alle principali iniziative TLGB?

Consulenze prima di tutto, fondamentalmente su due fronti.

  1. Un aiuto per migliorare la comunicazione e la sinergia tra le associazioni. Molte delle tristissime lotte tra poveri a cui assistiamo dipendono più da una mancanza di professionalità e di visione ampia delle cose che non da una effettiva volontà di scannarsi a vicenda. E comunque, se proprio si vogliono scannare, imparassero a farlo con più classe.
  2. Una consulenza per fare in modo che la attività economiche collaterali a queste associazioni restino appunto collaterali invece di intervenire a gamba tesa nelle strategie sociali e politiche per la conquista dei diritti civili.

Tra Arcigay e circoli, tra Mario Mieli e Mucca assassina, tra DiGayProject e GayVillage sembra esserci una sorta di “conflitto di interessi”. E tutto questo non avviene per cinismo nè per calcolo: da quel poco che conosco queste associazioni sono convinto che la loro passione per i diritti civili è genuina e stoica. Tuttavia le loro liceissime iniziative imprenditoriali sono legate a doppio filo con le attività imprenditoriali. E per questo le associazioni si convincono che mediare e temporeggiare sia la massima espressione di intelligenza strategica. Arcigay, Mario Mieli e Di Gay Project, danno questa impressione: prima di aprire bocca pensano “Cosa accadrà ai miei circoli? Al Mucca Assassina? Al Gay Village?” E così prima stanno zitti, poi decidono di parlare tardi, e infine quando parlano, parlano bassa voce e con toni sempre più carezzevoli.

D’altronde è facile capirli: ogni parola di denuncia delle istituzioni mette a rischio il prossimo sabato: vuoi per un permesso del comune che stenta ad arrivare, vuoi per il timore di controlli particolarmente zelanti, vuoi perché magari poi qualcuno ti manda l’ennesimo squadrone d’assalto e ti spaventa i clienti in fila, vuoi perché ancora non si sa quale sarà la sede che ti assegneranno…

Per liberarsi da questi legacci, però, non basta la volontà, né la formazione professionale. Occorre avere un “respiro” economico che le nostre associazioni, ad oggi abbandonate a se stesse, non hanno.

Detto in altre parole: per fare le cose ci vogliono i soldi. Le nostre associazioni lo sanno e, forse ingenuamente, hanno pensato: se nessuno ci dà i soldi, ce li facciamo da soli. Idea lodevolissima, ma che nasconde un tarlo grosso come una casa. Le nostre associazioni non sono più indipendenti. Ma, paradosso dei paradossi, la tirannia dei soldi, proviene dal loro interno. E per questo motivo, è difficilissimo accorgersi dei questo “tumore” e decidere di cambiare rotta.

Lo ripeto: per fare le cose ci vogliono i soldi. Ma pensare che possiamo darceli da soli, è una ingenuità che paghiamo caro. Occorrono donazioni. E i miliardari imprenditori lo sanno eccome! Eppure non fanno niente.

I nostri stilisti, insomma, sanno benissimo che se non c’è una realtà associativa TLGB di cui ci si possa fidare non è perché le nostre associazioni sono guidate da persone che non sono degne della nostra fiducia. Davanti ad un miliardario assente e qualunquista, Mancuso, Praitano e Battaglia – per quanto sia bello lo sport del dargli contro – sono degli eroi, che,come possono, gestiscono una situazione “strozzatissima” e al limite del sopportabile. Un miliardario con il minimo sforzo economico e di consulenza, può dare a queste associazioni quel “respiro” che serve ad ogni istituzione che desideri veramente essere democratica: trasparenza di bilancio, statuto democratico, divisone dei poteri (economico e politico/sociale) e quanto altro. Non si può essere democratici ed efficaci allo stesso tempo, se si agisce in situazioni di estrema restrizione cronica.

Ma questo aiuto dall’esterno non arriva. E in parte me ne sono fatto una ragione. I nostri stilisti si sono creati una immagine pubblica di bellezza e perfezione che ce li fa immaginare persone pulite, oneste, inattaccabili.

Poi, ho letto Gomorra.

Poi, ho visto questo articolo di Report. E ho capito che se uno stilista va a farsi fare i vestiti nei tuguri, facendo aste – al ribasso – clandestine e sfruttando mano d’opera illegale… allora che senso può avere sperare che certi stilisti abbiano a cuore la sorte di persone oneste?

Nessuna.

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3 Risposte to "Le associazioni TLGB battono gli stilisti gay dieci a zero"

questo tuo articolo mi trova totalmente d’accordo! Complimenti per la splendida analisi

Condivido tutto.
Come sempre riesci a cogliere i problemi nel loro centro, con lucidità impressionante.

this is all right happy bloginng

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