Famiglia Fantasma

Questione d’onore

Posted on: maggio 7, 2008

Molto, troppo spesso, le persone omosessuali sono indotte a tradire quel senso di onore che ogni persona istintivamente nutre per sè stesso. In cosa consiste il vero onore? Nel nascondere di essere gay o nell’affrancare la propria omosessualità dai pregiudizi della società?

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Quando facciamo capire ai nostri cari che siamo omosessuali senza dirlo, spesso lasciamo che i nostri affetti più importanti ci disonorino: capita che la nostra identità viene disprezzata e usata come capro espiatorio delle frustrazioni di tutto il nucleo famigliare allargato… e capita che restiamo zitti, accettiamo, mangiamo il piatto della cena e indossiamo camice pulite e stirate, e ogni mattina usciamo di casa dicendo “ciao ma’, ciao pa’”.

Quando al lavoro nascondiamo di essere omosessuali, ci lasciamo disonorare dai colleghi, dove facciamo sì che i nostri affetti non valgano nulla a livello contrattuale. Nel lavoro l’arduo equilibrismo del don’t ask don’t tell è l’ago instabile di una bilancia: da una parte la nostra integrità, dall’altra la busta paga. E ogni mattina diciamo “Tutto bene?” “Tutto ok”. Se non fosse che la nostra anima sia stata venduta a quel diavolo di omofobia, proprio come Faust: firmando un contratto.

Quando decidiamo che dobbiamo essere gay solo nel privato, ci lasciamo disonorare da una opinione pubblica per la quale, giustamente non esistiamo. Ci lasciamo disonorare da una televisione che parla di noi solo con le parole del Papa, perché è l’unico che parla di noi. E l’omofobia interiorizzata cresce silenziosa sul nostro mutismo: temiamo di essere diversi e temiamo il diverso che è in noi.

Quando pensiamo di essere strani e diversi, ci lasciamo disonorare dai compagni di scuola, che ci prendono in giro. Che a volte ci picchiano. Che ci insultano e ci tormentano quotidianamente. Che ci dicono: “Tu non puoi entrare in questo bagno”. Che volte ci uccidono addirittura. E noi stiamo zitti.

Se avessimo continuato a votare una sinistra che promette, promette, ma lo fa solo per rubare i nostri voti, ci saremmo fatti disonorare da un sistema politico marcio e antidemocratico.

Finalmente, almeno per una cosa siamo riusciti a guadagnarci un po’ di onore.
E facendo così, abbiamo intrapreso una strada ardua, che abbiamo il dovere di continuare.

Sarà difficile riconquistarci l’onore nelle scuole, in famiglia, nell’opinione pubblica, al lavoro. Ma è quello che dobbiamo fare.

Coraggio quotidiano. Capacità di trovare strade nuove e abbandonare vecchi schemi. Unità e solidarietà. Ce la faremo?

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22 Risposte to "Questione d’onore"

Gianma’ stavolta qualche cosa te la devo dire! Non mi trovi d’accordo quasi per niente su quasi tutto quello che dici!

Io parto dall’assunto che ognuno di noi deve sentirsi LIBERO e FELICE. Da questo discendono tutta una serie di conseguenze sui comportamenti, che non possono essere certo PRECODIFICATI. Non esistono le linee guida del perfetto finocchio e della brava lesbica. Ognuno sceglie secondo il contesto in cui vive e secondo le sue priorità. Io non giudico nessuno e PRETENDO che nessuno giudichi me o meglio i miei comportamnti.

E passiamo ora ai singoli punti.

1. “Comunicare” è un’arte difficile. Chi è bravo è capace di comunicare anche oltre i canali “ordinari”. Se qualcuno preferisce far capire senza dire, per me va benissimo. Se tu hai fatto certe scelte, non è detto che per qualcun altro possano essere utilmente replicabili. E parlare di disonore è veramente offensivo! Tanto per farti un esempio, i miei genitori sono morti prima che io fossi maturo per affrontare la questione. A mio fratello che vive con me, non l’ho mai detto in maniera esplicita, anche se conosce i miei amici, sa che frequento il Mieli, che vado alle manifestazioni e che faccio anche tante altre cose. E’ disonorevole questo?

Stesse considerazioni per quanto riguarda colleghi e tutto il resto della società. Ai quali non gliene deve fregare niente che io sia gay o meno. PErché non è proprio questo che fa di me o no un bravo cittadino, un bravo manager. Se poi IO decido di vivere con naturalezza la mia personalità fregandomene delle reazioni dei colleghi, sono affari miei. Per inciso, tutti in ufficio conoscono le mie attività politiche e sociali e motli sono affezionatissimi lettori del mio blog, in cui c’è poco da capire!

Andiamole a cercare altre cause di disonore! Vuoi sapere cosa mi urta di più in TV? Pensi che mi facciano più male le parole del Papa o vedere quei @#€][//!!! di Malgioglio o Della Gherardesca che incarnano l’unico “prototipo riconociuto e accettato” di gay, ovvero la tipica checca (per chi non è di Roma= omosessuale effeminato). Sono QUEI contenuti che impediscono di vivere serenamente l’omosessualità (propria ed altrui) perché si rischia di cadere nella fin troppo facile equazione gay=femmina mancata! Senza minimamente pensare che se fosse così, ovunque ti giri dovresti incontrare QUALCHE checca (con tutto il rispetto dovuto a chi vive senza inibizioni la sua confusione di generi). Invece non è così, perché gli omosessuali sono UGUALI a tutto il resto del mondo. Così come ci sono colleghe sguaiate e pacchiane, ci sono colleghi gay sguaiati e “finocchi”, per non dire dei colleghi machos coatti e baldanzosi. Sono loro la “norma”, ovviamente no, basta guardarsi intorno.

Sul piano del tuo discorso politico, poi mi devi perdonare ma mi è venuta la pelle d’oca!
Ma stiamo scherzando? Stai facendo di tutta l’erba un fascio. Negli ultimi 30 la sinistra italiana ha maturato una posizione estremamente evoluta in merito ai valori dei diritti civili e della loro tutela. Il problema e che i partiti comunemente definiti di sinistra hanno in molti casi dimostrato di non esserlo! Primo fra tutti il PD, che non è altro che la parte più progressista di ciò che resta della Democrazia Cristiana. Ma la sinistra che oggi non è in parlamento, ti vorrei far notare che quelle istanze ce le ha nel DNA! Altro che storie! E vogliamo confonderla con l’ideale borghese e perbenista che viene incarnato da TUTTA LA DESTRA? Andiamo! Cerchiamo di essere un po’ più avveduti!
Il nostro sistema è marcio e non democratico non certo per questi motivi! E non ci onorerà certo adesso che chi ci vorrebbe “silenti” e “addomesticati” è ai posti di comando, ti pare?

Comunque in amicizia, Guido

Ciao caro Guido, premesso che l’amicizia è fuori dubbio, ti rispondo alla prima parte (la seconda è politica e quindi non rilevante in questo blog).

Questo post è uno di quelli in cui cerco di fare chiarezza su una serie di vaghe considerazioni e idee che in me sono confusionarie. Il blog serve anche a questo. E a volte causa delle incomprensioni (come è accaduto con altri quando parlavo delle saune).

Per venire nel merito delle tue considerazioni: le condivido.

Quindi? Quindi non riesco a spiegarmi come vorrei. Ci provo.

Premessa: la libera scelta di comportamento di ognuno è fuori dubbio.

Punto primo: il post si concentra su chi decide di vivere nella riservatezza la propria dimensione sessuale (chiamiamola così).

Sotto l’involucro uniformante della riservatezza, vivono diverse realtà: persone che fanno questa scelta in modo maturo e responsabile. Altre che lo fanno per paura. Quelli che lo fanno perché subiscono una violenza. Quelli che lo fanno per opportunismo. Quelli che lo fanno sentendo dei sensi di colpa ed altri che lo fanno mostrando una doppia faccia senza scrupoli: gay di nascosto, omofobi nella società. Insomma… dietro un solo comportamento c’è un mondo. E questo rende difficile riuscire a esprimere giudizi universalmente validi.

Nel mio post io penso a quest’ultimo tipo di persone, non certo ai primi. E le mie considerazioni sono rivolte alla categoria, non sono nelle condizioni di dare giudizi dell’individuo.

Secondo punto: per quanto si abbia deciso di vivere con riservatezza la propria dimensione sessuale, le scelte individuali hanno sempre un risvolto sociale. Quelli che fanno coming out e quelli che non lo fanno condividono le medesime responsabilità sociali: entrambi contribuiscono a formare e stimolare l’opinione pubblica. Chi in un modo, chi in un altro.

Chi fa coming out li stimola in un modo. Qualcuno anche troppo. Chi resta nell’anonimato in modo “proattivo” come fai tu, dà altri stimoli. Chi resta nell’anonimato o lo favorisce in qualunque modo per motivi di interesse, di sfruttamento… stimolano l’opinione pubblica in modo negativo. Alimentando pregiudizi beceri. Omofobia. Sfruttamento. Disonore. Malattia.

Ti basti l’esempio di chi va a puttane: non giudico nessuno, nè lo farò mai. Ma la somma delle singole scelte di tutta questa categoria di individui contribuisce a creare situazioni odiose di sfruttamento. Non è colpa di nessuno. Ma ognuno dà il suo minimo contributo, di cui noi vediamo solo la somma…

Il fenomeno Malgioglio ti dà fastidio. Anche a me. Quello che intendo dire con questo post è che Malgioglio lo vedo legato al fatto che fin troppi omosessuali hanno paura, stanno zitti non per serena scelta responsabile, ma per violenza subita, o per paure immotivate e esagerate, per omofobia interiorizzata non risolta (che è una malattia e andrebbe quanto meno stigmatizzata), oppure per convenienza.

Quindi il mio post ha questo obiettivo: stimolare la gente a non avere paura, a capire che se non siamo noi a parlare di noi, ci rimangono il Papa e Malgioglio.

Questo post mira anche a stimolare la gente nel suo senso di onore. Torno a fare i distinguo. Non metto in dubbio il tuo onore. Ma quello degli omofobi interiorizzati sì. E le persone che hanno paura, mettono il proprio onore sotto i piedi. Non lo dico per condannare. Lo dico per esperienza diretta, sulla mia pelle.

Anche perché, volevo arrivarci piano piano, la legge e la politica sono poco sensibili ai diritti. Ma molto sensibili, fin troppo, all’onore e all’onorabilità delle persone.

E quello che non va è che noi ancora pensiamo che per tutelare il nostro onore dobbiamo nascondere la nostra omosessualità.
In realtà, per tutelare il nostro onore, la nostra omosesusalità dobbiamo mostrarla. Con franchezza (vedi mio post di ieri). Così sarà molto più facile farci capire dal sistema politico e giuridico.

E’ difficile fare questi ragionamenti sui commenti… spero di esserci riuscito.

Un carissimo abbraccio.
Gian Mario

Dunque, vorrei puntualizzare che la definizione “anonimato proattivo” spesa nei miei confronti è quanto meno inadeguata, se mi passi il termine… mi pareva di essere stato chiaro: io non mi nascondo a NESSUNO. Chi sono, cosa sono e cosa faccio è EVIDENTE dai miei discorsi, dai temi di cui parlo, da tutto il mio modo di essere me stesso, sempre e comunque, senza se e senza ma. Non mi pare necessario, arrivato alla veneranda età di quasi 44 anni doverci mettere pure la targhetta!

Sulla prostituzione, purtroppo, commetti un errore di valutazione, scivolando nel moralismo. Non è la presenza dei clienti a geneare lo sfruttamente e l’iniquità, quanto l’assenza di una regolamentazione che dia assetto al settore. Normativa che non si vuole fare per posizioni ideologiche contrapposte: dalla destra cattolica per moralismo, dalla sinistra radicale per “proteggere il corpo della donna dallo sfruttamento”, dimenticando la presenza di trans e prostituti.

Sorvolo su Maglioglio et similia, dato che siamo sostanzialmente d’accordo, per approdare alla questione dell’onore.

Secondo me, non è solo un problema di onorabilità. Fin da quando nasci, un intero sistema di valori, di comunicazione, di istruzione ti dice che sei maschio o femmina e che ti dovrai sposare per avere dei figli (lavorare, ecc.). Ora, se tu sai nel tuo intimo di non essere corrispondente a questo disegno, rifiutarsi e cercare di essere “allineati” è una strategia di difesa dalla paura di essere inadeguati, non accettati, non più degni di essere oggetto di affetto, attenzioni da parte del resto della società.
Ecco che il “disonore” maschera in realtà la difficoltà a volore/potere affrontare questo immenso dolore. Dolore che molti di noi superano facendo il passo di vivere serenamente se stessi. Altri, purtroppo, non ce la fanno: si suicidano, fingono illudendosi di riuscire a “tenersi sotto controllo”, distruggono il loro mondo interiore, forzandosi in un ruolo che non gli appartiene.
Ora, mi par chiaro che questo con l’onore poco ha a che vedere. Almeno secondo me.

Infine, vorrei sottolineare che “essere serenamente se stessi” e “ostentare il proprio orientamento sessuale o la propria confusione di genere” sono due cose profondamente differenti. Il ragazzetto gay effeminato vestito di rosa con le scarpe d’oro fuori del Coming Out che dice che secondo lui il gay pride è una carnevalata è emblematico di una contraddizione stridente!
Andare in piazza a fare delle rivendicazioni politiche è un’ostentazione? Non credo! Qualcuno, etiam, sceglie di farlo in piume e costumini succinti, ma la maggioranza NO! E il cretinetto rosato, vestito in quel modo ed evidentemente effeminato non ostenta di più?

Per me vanno bene tutti, ognuno decida quel che vuole fare. Ma fra il confetto con le scarpe oro e la coppia di padri che va a fare la spesa con la loro figlioletta, sai bene a chi va il mio apprezzamento. Così come fra due gay che decidono di vivere in coppia “nascosta” e due che cercano di farsi pubblicare gli atti di mantrimonio, non è difficile sapere chi apprezzo di più!

Ok, il tuo non è anonimato, era una semplificazione (errata) per dire che ti vedevo tra quelli che non danno voce verbale o diretta alla propria condizione omosessuale, ma una voce indiretta, comunicati per sovrapposizione di strati di comunicazione…

Quanto alla prostituzione io non dicevo che i clienti sono la causa. Dico che, stando così come sono attualmente le condizioni (cioè assenza di una legge che regoli e/o tuteli le prostitute e i prostituti) di fatto sanno che il loro comportamenti hanno delle conseguenze, compartecipano ad alimentare situazioni di sfruttamento, pur non essendone la causa prima.

Quanto all’onorabilità è più che ovvio che non è “solo” un fatto di onorabilità. Non si riduce tutto lì. E’ però un aspetto che varrebbe la pena di valutare, almeno una volta… e vedere l’effetto che fa.
D’altronde è una variazione sul tema “orgoglio” o “fierezza”… così come la franchezza del post precedente.

Il disonore di cui parlo nel post è quello che noi compiamo nei confronti di noi stessi. Molti omosessuali tradiscono se stessi.
Proprio essendo ciò che siamo onoriamo noi stessi… in fondo, voglio dire solo questo.

E per finire: io preferisco il ragazzetto scemo con le scarpette rosa: dove mai le avrà comprate????

le scarpette sono dorate. è tutto il resto che è rosa…
contento lui!

D’accordo con Gian, voglio solo aggiungere: il “cretinetto rosato, vestito in quel modo ed evidentemente effeminato”, se in questo suo modo di essere trova coerenza col proprio essere e la pace con se stesso allora merita lo stesso rispetto della “coppia di padri” eccetera.
Non trovate assurdo che chi fa parte in qualche modo di una ‘minoranza’ che si batte contro le discriminazioni e i pregiudizi di cui è oggetto faccia a sua volta una forma -sebbene più leggera- di discriminazione e pregiudizio?
Il mondo lgbt non è affatto esente da vizi come il rifiuto del diverso, bisognerebbe rifletterci seriamente.
Per non fare la fine di quelli di GayLib, per esempio, che vogliono andare al Pride in giacca e cravatta, senza rendersi conto che, per distinguersi dal “folclore” del corteo, essi stessi mettono una maschera, si travestono, perché si vergognano di quello che sono o perché vogliono apparire diversi dai … diversi come loro.
A quando una riflessione su questo?
Un saluto

Questa serie di commenti ci dice quanto dobbiamo crescere, come lesbiche e gay, sul terreno della valorizzazione delle diversità. Non solo abbiamo interiorizzato la malattia-omofobia, ma anche la più generale malattia-razzismo che ci fa discriminare chi è diverso da noi. Ciò spiega molto meglio di qualunque approfondita analisi sociologica perché in questo Paese siamo al medioevo dei diritti civili e perché finora non si sia mai riusciti a creare un associazionismo LGBT “dal basso” che prescindesse dagli aspetti più strettamente ludici per aprirsi alle “grandi” questioni sociali. Abbiamo un’occasione x crescere, ora che ci sono tutti contro: sfruttiamola!!

Ciao Luca e Felipe, forse non vi è piaciuto il paragone tra due stereotipi di gay. Perciò vi sottolineo due cose: a parte che abbiamo sdrammatizzato con le battute: un invito a non stigmatizzare troppo una cosa che si è detta per esprimere un concetto più ampio. Ma soprattutto, Guido parlava di preferenze, e più precisamente preferenze personali. Non credo intendesse dire che il ragazzino con le scarpe rosa (poi diventate oro) è in assoluto meno preferibile.
Fate attenzione. Possono sembrare piccole cose, ma conosco Guido (un po’), e ci metto la mano sul fuoco che non è né razzista né niente.
Anzi, considerando la sua veneranda età (!!!!!) forse è solo un po’ invidioso, eh eh eh !!!! (GUIDO PERDONAMI, NON SO QUELLO CHE HO FATTO!!!!!)

Invece, venendo al sodo: forse ho capito una cosa importante. Confermo quello che dico: chi va a puttane, così come chi sceglie il tipo di visibilità da dare alla propria scelta sessuale, entrambe queste categorie di persone compiono scelte che hanno un effetto sulla società. Da questa realtà non possono esimersi.
Pur senza dare un giudizio, solo gli interventi di Guido mi hanno fatto capire che, sia i puttanieri (volgarmente parlando) che le velate sono vittime di un sistema distorto che li costringe a farsi carnefici (involontari e a volte incosapevoli) degli altri e di se stessi.
Questo sempre in un’ottica non individuale ma di gruppo… non in una ottica di giudizio personale, c’è sempre da ribadirlo.

E se è vero quello che dico, questa realtà è così pesante da accettare e da consapevolizzare che la gente preferisce credere che le proprie scelte sono inerti. Insomma, un pregiudizio diffuso vuol fare credere che se io scelgo la via del “non dire” o del “dire indirettamente” posso esimermi da ritenermi ingranaggio di un sistema.

Per me non è così. Siamo tutti in gioco. Anche quelli che non dicono. E siccome il gioco tira acqua dalla parte sbagliata (violenza, discriminazione, livellamento, sessismo) essere passivi non significa essere inerti, ma muoversi e alimentare la corrente con la propria massa.
In questo, mi si consenta, chi rema contro non dico che è meglio come individuo (perché lo ririripeto, non si tratta di giudizi personali o morali), ma compie senza dubbio una cosa socialmente più apprezzabile, che potrebbe essere di esempio. Remare contro è una questione di onore. Il senso di onorabilità che ognuno ha istintivamente di te stesso può essere quella molla che ti fa capire che sei in una corrente che ti danneggia. Quella molla che ti fa venire voglia anche a te di remare contro.

Il tempo del potersi considerare fuori dal gioco, secondo me, è finito.

chiarisco. oltre ad essere vestito di rosa, con le scarpette d’oro, il ragazzetto aveva anche i capelli tre colori diversi. per può fare quello che vuole e lo rispetto pienamente.

quello che fa di lui un perfetto cretino (che danneggia a livello sociale l’intera umanità) non è come si veste, ma la plateale, totale e assurda incoerenza quando afferma che lui al pride non ci va perché è una carnevalata! è per questo che l’ho definito un cretinetto.

etiam, la coppia di padri gay con figlioletta al seguito sta diventando una realtà sempre più consistente. al pride di roma del 2007, le famiglie arcobaleno c’erano, con tutti i loro bimbi e usavano un trenino per muoversi ne corteo.

essi sono infinitamente pù coerenti e dal mio punto di vista decisamente più importanti per il cambiamento sociale e per la loro presenza ad una manifestazione come il pride.

questo tanto per chiarire che se qualcuno mi dà del razzista, per le cose che ho riportato ha proprio letto male.

Gian: ho già detto che sono d’accordo con te.
Quello che ho cercato di dire (spiegandomi male, evidentemente, ma d’altra parte come posso sapere che vi conoscete e che scherzate?) è che davvero il ‘mondo’ lgbt è pieno di gente che di tolleranza -che è solo l’obiettivo minimo- non ne vuole sapere, che è piena di rancore, noi ABBIAMO QUESTO PROBLEMA e non lo affrontiamo. Io stesso ne ho un esempio in ‘casa’, ed è il mio compagno, uno di quelli che ritiene che i trans e travestiti che guidano il corteo del Pride danneggino l’immagine di tutte le persone omosessuali. Hai voglia a spiegargli che noi, che siamo oggetto di discriminazione, non possiamo concederci il lusso di discriminare a nostra volta; non ci conviene, ma soprattutto non è giusto, che la nostra coerenza e dignità valgono più di quello che certi soggetti possono pensare di noi. E’ in questo senso che il ‘movimento’ deve crescere, come dice Luca, e parecchio.
Sono convinto che siete consapevoli che ce n’é tanta di gente con questa opinione, gente che non scherza affatto; io credo che quelle persone (trans e trav) ESISTONO, sarebbe assurdo che gli chiedessimo di nascondersi per non danneggiarci, sarebbe un danno maggiore.
Per tornare al “perfetto cretino” (per favore, possiamo fare che quel tipo non esiste, che sia solo un esempio astratto?) se una persona intelligente lo guarda secondo me dovrebbe solamente concludere che ha dei problemi di coerenza, che riguardano solo lui ma non per questo che danneggi l’intero movimento. E che se a lui piace apparire in quel modo, se è una libera scelta e non una convenzione allora amen, tutti contenti. Se invece lo guarda una persona piena di pregiudizi (come il sindaco della mia città, per citarne solo uno), uno che non è in grado di andare -o non vuole- oltre l’apparenza delle cose, allora tirerà le conclusioni che gli pare e piace, e noi non possiamo farci niente. Stop.
Che se fosse solo questione di immagine, allora i gay cattolici (e qui poveracci di Gaylib, consentitemelo) avrebbero ottenuto una valanga di risultati, in tutti questi anni!

(Ecco: perché invece che prendercela tra di noi per un boa di struzzo non ci mettiamo tutti insieme e ce la prendiamo con l’informazione malata e puttana che abbiamo in Italia, che ama ‘sbattere il mostro in prima pagina’ e basta?)

Questo è quello che penso. Mi sbaglio? Ok, parliamone!

Vorrei dare un ulteriore contributo, forse polemico.

Nel corso di una riunione tenuta di recente al Mieli dopo l’aggressione fascista, c’erano ragazze e ragazzi di associazioni glbt che si ponevano la stessa questione.

Io ho dato questa risposta: il pride è una manifestazione politica e ognuno sceglie di essere presente nel modo e nella forma che gli pare, assumendosi la responsabilità personale delle sue azioni. E nessuno può impedirglielo. Men che mai chi appartiene ad un movimento come il nostro che fa della valorizzazione delle diversità un punto fermo della sua stessa esistenza.
Quel che più conta, non è quel che accade al pride, ma quello che avviene nei 364 giorni che lo precedono e lo seguono! Ovvero, non si può mettere in discussione un intero movimento, ogni anno, per una manciata di persone che decidono di “emergere” con qualche “esibizione” che cronisti e tv si affrettano a sottolineare.

Questo è quello che a mio parere bisognerebbe far capire a chi ha queste perplessità. Le esibizioni dei pride sone effimere e contestuali e poco hanno a che vedere con il lavoro che le associazioni ed i singoli fanno tutto l’anno sui diviersi piani. Certamente l’onore delle cronache per qualche minuto, a base di trans spumeggianti (guai a chi le tocca!) e di go-go boys dagli attributi “prorompenti” non ha la forza di compromettere tutto il resto, sebbene rimandi, PER LA SOLA COLPA DEI MEDIA, un’immagine a senso unico. Pazienza. Va bene così. E ricordiamoci che fu proprio un gruppo di trans che nel 68 bastonò la polizia e diede il via al movimento. Non dimentichiamocelo e ricordiamolo a chi ha tanto invise le loro esagerazioni al pride.

Tornando sul cretinetti in rosa, ribadisco che, finché vuole andare in giro vestito come una barbie, a me non me ne può fregare di meno. Cavoli suoi come reagiscono le persone intorno a lui. Anzi trovo che sia una persona molto coraggiosa. Ma se poi una barbie rincoglionita mi dice che non va al pride perché è una carnevalata, allora, io lo TRAVOGLO di disprezzo, perché è in QUESTO MODO che ci danneggia! Ovvero supportando l’opinione qualunquista di chi pensa tutto quello che abbiamo detto dei pride.

Credo che siamo tutti d’accordo nel non negare i diritti dello sbarbino con le scarpette d’oro (ma neanche della lesbica con l’ascella pezzata, della trans scosciata, del gay in pelle) a scegliere la vita e il look che preferiscono e a difenderli con gli argomenti di cui sopra, purché non neghino il diritto al contradditorio a chi – come me – non considera forti simili argomenti.
Tuttavia, c’è un modo molto semplice per dare visibilità all’altra faccia del mondo LGBT. Basterebbe un piccolo gruppo di persone disposte a sfilare, se non in giacca e cravatta, almeno senza mostrare parti del corpo illegali, reggendo uno striscione diretto ad Alemanno con su scritto “NOI TI ABBIAMO VOTATO. PERSONE LGBT PER UNA DESTRA LIBERALE” o qualcosa del genere.
Io sono pronto a marciare sotto un simile striscione, che si aggiudicherebbe una visibilità mediatica certo non modesta. E voi?

Quelli di Gay Lib… contattali.
Io frequentando Renzo e Lucio ho conosciuto Luca Maggioni di Gay Lib ed è una persona molto in gamba. Magari loro lo organizzano uno striscione così…

Da parte mia, sognerei un pride senza bandiere. Quindi questo striscione sarebbe comunque positivo, perché generico e non partitico.

Forse mi sfugge qualcosa ma a me pare ragionevole e tutt’altro che disonorevole, oltre che coerente, sostenere il diritto alla riservatezza del proprio orientamento sessuale in quanto non determinante socialmente. Io non voglio proprio essere rispettato quale omosessaule ma quale uomo, persona, cittadino, a prescindere totalmente dal quale sia oggi il mio orientamento politico, religioso e quindi pure sessuale. Volendo estremizzare il concetto di onore-visibilità qui sostenuto, manca solo la richiesta di poter ufficializzare sul proprio documento di identità anche paramentri come questi. Non ci sto e non perchè mi vergogni o tema o disprezzi il mio essere gay, ma perché, secondo me, il mio essere gay non riguarda il collettivo almeno quanto le preferenze sessuali degli etero, per esempio. Sarebbe come a dire che per non tradire sé stessi gli etero tutti dovrebbero comunicare pubblicamente ad amici e colleghi e parenti come e cosa gli piace fare sotto le lenzuola.
A mio modesto avviso l’onore, cioè a dire l’orgoglio gay, sta invece nel non lasciare che una della tante, tantissime, variabili dell’essere – la (omo)sessualità per esempio – monopolizzi la propria identità. Io sono gay ma non voglio per nessuna ragione diventare una bandiera arcobaleno vivente. Si azzardino i miei colleghi a dare per scontata anche solo una delle varie conclusioni possibili che prendano origine dall’ormai mia nota predilezione per i maschietti, si azzardino e li fulmino all’istante perché disonorano la mia identità personale, diversa da tutte le altre, incluse quelle degli altri gay come me.

Certo che ce la farete ( io sono etero ). I tempi però sono generazionali. Da quello che ho letto in Internet ( ma correggimi se sbaglio ) la causa omo in forma moderna comincia nell’800 e continua ai nostri giorni. E’ grazie alle lotte delle generazioni omo passate se oggi non si và più in carcere per il proprio orientamento. E sarà grazie alle lotte delle generazioni omo di oggi se quelle future potranno sposarsi e avere figli. Per il rispetto invece sarà sempre una lotta individuale. Ma è un problema di tutti. Io ad esempio che sono etero ho dovuto lottare e lotto tutt’ora una battaglia impari contro un basso rispetto da parte di tante persone perchè non sono come “dovrei” essere. Ciao.

Provo a rispondere a Justonielle: la riservatezza è un diritto personale e in un mondo ipotetico così dovrebbe essere per tutti (a tal punto che ho anche affermato che in un mondo ipotetico l’orgoglio gay non avrebbe senso).
Nel mondo reale, invece, ogni scelta di visibilità che si decide per il proprio orientamento sessuale, è determinante socialmente, eccome. Questo a causa di una società che “viola” in continuazione il senso ultimo della dimensione sessuale di ogni essere umano.
Ho già fatto i vri distinguo suivari modi e motivi per essere riservati o visibili. E ho fatto l’esempio della corrente per spiegare che, poichè una corrente esiste, essere inerti significa alimentarla. Il che rendere socialmente determinanti le proprie scelte.

Non è una questione di responsabilità nè di giudizio morale. Ma secondo me non c’è consapevolezza di questo.
Molti pensano: consumo sesso a mio piacimento, faccio bene, mi diverto, e questo non ha rilevanza sociale perché lo faccio di nascosto.
Io sono d’accordo su tutto tranne sull’ultima: la rilevanza sociale c’è, eccome.

Infine, quando parlo di visibilità, non intendo certo gli stereotipi rainbow che – non li sto giudicando nè buoni nè cattivi – non fanno tanto neanche per me. Ognuno ha il suo modo personalissimo di essere visibile/invisibile/mimetizzato. E’ proprio questo che permette di mostrare la propria visibilità senza per questo dover essere “etichettato” o “etichettarsi” necessariamente.

Infine, la mia percezione della visibilità eterosessuale è opposta alla tua. A mio avviso tutti gli eterosessuali pavoneggiano le proprie preferenze sessuali. Viene fatto in un modo radicalmente accettato e codificato dalla società per cui è difficile stigmatizzarne le modalità.
Ma ti basti pensare che chi non si adegua agli stereotipi eterosessuali socialmente accettati viene emarginato. Questo perché? Possiamo chihamarlo maschilismo, sessismo. Fatto sta, è comunque il segno della rilevanza sociale delle scelte eterosessuali delle persone.

E senza scomodare i “burini” o i “machi” ti basti pensare alla frase “la mia fidanzata”, “mia moglie”, la” mia donna”. Frasi scontatissime, naturali, che è impossibile e che non avrebbe senso non dire. Frasi che hanno una rilevanza sociale fortissima.
Frasi che tanti omosessuali per scelte personali rispettabilissime, non dicono. Questo non dire ha una fortissima rilevanza sociale.

Anche perché, come detto in passato, il nostro silenzio lascia spazio proprio ai facili stereotipi altrui, quelli che noi odiamo, che ci danneggiano…

Per Marcello: non so che senso spendersi per un impegno generazione. Quando ho partecipato alla fondazione di certi diritti ho detto subito: mettiamo in chiaro. Per chi ci spendiamo? Per le nostre famiglie o per quelle di chi oggi è in fasce?

Io faccio questo per la mia famiglia. In uno stato di diritto, i diritti fondamentali non sono generazionali.

Il concetto che ripeto spesso è: se anche tutto il popolo italiano voelesse che io non mi sposi, so di averne diritto, la Costituzione lo sancisce, la legge non lo vieta. E allora? Allora, se viviamo in uno stato di diritto, non ha importanza cosa pensano gli altri, ma solo cosa dice la legge.

Quanto al rispetto, quello sì, ha tempi generazionali. Ma con una legge in mano che sancisce l’uguaglianza, l’impegno per conquistarsi il rispetto sarebbe condotto “ad armi pari” con chi ci disprezza. Finché non ci sarà una legge, dovremo agire ad armi impari… il che significa uno spreco di vite, energie, gioie di vita…

Mi capita spesso di parlare di queste tematiche con tante persone e penso che per il diritto all’unione di coppia omo nella popolazione Italiana c’e’ già una maggioranza favorevole, potrebbe bastare veramente poco tempo. Invece per il diritto ad allevare figli c’e’ una larga maggioranza contraria ( io invece da poco sono favorevole ). Credo ci vorrà molto più tempo. Per il rispetto credo che difficilmente si potrà mai portare uno sguardo di traverso in tribunale. Beh io faccio così : ho notato che le persone che non mi attribuiscono valore anche io non le considero di valore e quelle che invece mi attribuiscono valore anche io le considero persone di valore. E poi uso l’arma della pazienza. Una volta un collega ha detto di me che mi considera un genio perchè con il tempo sono riuscito a dimostrare a tanti altri colleghi che sono una persona normale. Complimenti per la tua determinazione. Ammiro molto questa lotta coraggiosa per i diritti civili. Una parte della società etero è già dalla vostra parte. Ciao Gian e a presto.

E così al commento numero 20 posso dire: concordo con te.
Evviva!!!!

Il valore sociale di cui parli tu attiene un possibile percorso e i suoi strumenti per il riconoscimento dei diritti specifici delle coppie gay. Il valore sociale di cui parlo io riguarda invece eventuali parametri dirimenti, ai fini sociali, per l’attribuzione di diritti specifici alla persona. Provo a spiegare. L’appartenenza linguistica, la provenienza geografica, la condizione economica, l’handicap, ma anche appunto la coniugalità o la genitorialità hanno un “peso” ai fini sociali tali da aver spinto la collettività, quindi la legislazione, a riconscere uno status specifico e di conseguenza diritti aggiuntivi a quelli default della persona. Io non credo che lo status di omosessuale debba generare diritti specifici, io credo nei diritti della persona a prescindere dai tanti paramentri che la distinguono tra cui appunto la sessualità.
Il punto non è quindi – per me ovviamente – mirare al riconoscimento di specificità aggiuntive per noi gay al fine di consentire “anche” a noi i diritti propri delle unioni formali, ma di prescindere completamente dalla nostra specificità al fine di impedire la discriminazione di fatto di cui al momento siamo solo noi vittime. E’ in questa ottica che i pacs, i dico o le tante arzigogolate schifezze all’italiana diventano un affronto all’onore degli omosessuali, laddove si accetta di essere un sottocapitolo (una “mezza cosa”) di quel valore sociale che la coppia ha ottenuto sicialmente nel tempo. In sintesi cioè, a mio parere, il problema non è di rendere “socialmente accettabile” le unioni gay ma “socialmente inaccettabile” l’attribuzione di diritti diversi per persone uguali in quanto non disciminabili sul parametro sessuale. Lo stesso discorso è replicabile sulla genitorialità. Siccome nessuno può impedire ad un presunto etero di adottare o generare un figlio diventa impossiibile impedire ad un presunto gay di fare altrettanto. “Presunto” in quanto “non dichiarato” proprio perché “socialmente non rilevante”. Ad ognuno poi la libertà di riferirsi al proprio compagno come si preferisce, omo o etero che sia.

Caro Massimo quello che dici è interessantissimo e condivido al 100%.
Infatti, come introduci tu, pure parlando di “Valore sociale” questo tuo commento e il mio post parlano di due cose differenti.
Provo a ricapitolare:
1) Ci sono gay che amano essere stigmatizzati, e ci sono etero che puntano il dito ad una presunta stigmatizzazione sociale dei gay che forse pochissimi vogliono.
2) Ci sono gay che amano essere visibili, e ci sono etero che puntano il dito contro ogni forma di visibilità.
3) Ci sono gay, come te e Guido, che preferiscono essere gay evitando ogni stigmatizzazione. E ogni tanto qualche etero, in modo subdolo, punta il dito pure contro di voi o per lo meno contro i vostri progetti di vita.
4) Ci sono i gay che intendono passare il resto della loro vita nascondendosi da tutto e da tutti, anche da loro stessi, perché hanno paura e non vedono via di uscita
5)Ci sono gay che amano nascondersi e fare una doppia vita, spesso condotta sulle tre categorie di omosessuali di cui sopra. A questi nessuno rompe i coglioni. Sono quelli dalla vita “facile” (anche se poi fanno pure le vittime).

Il mio post è rivolto soprattutto a questa ultima categoria di persone. E alla terza.
Perché tu e Guido siete già persone mature e avete le idee ben chiare. Ma tanti, invece, si “ritrovano” in questa situazione molto dignitosa (teoricamente la migliore), ma alla fine, quando si diventa uomini (lavoro, niente più genitori, nessuna famiglia ecc… ecc…) si rischia di passare dalla terza alla quarta categoria o quinta categoria.
La differenza, forse, sta anche nel saper stare nella categoria numero tre riuscendo a preservare il proprio onore.

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