Famiglia Fantasma

Come nasce una famiglia anagrafica – storia con morale

Posted on: gennaio 15, 2008

Sabato 5 Gennaio 2008 io e Riccardo ci siamo decisi al grande passo che pensavamo di fare da tanto tempo.
Finalmente, dopo anni di convivenza (almeno 3) ho deciso di prendere la residenza nella casa in cui viviamo insieme da anni. Fino ad oggi risiedevo a casa di mio padre, ad Ascoli Piceno. 

Vi racconto, allora, come è andata: come si fa a cambiare residenza… anche perché questa storia ha una morale.
Primo passo: telefonare (una cosa che so fare molto bene, eh?): mi informo sugli orari e sui documenti necessari: Codice Fiscale, Documento di identità, patente, targa dei veicoli a me intestati. Stop.
Poiché la residenza che dichiaravo di prendere era già residenza di Riccardo, lui è dovuto venire con me, per apporre delle firme.
Costo: zero. Tutto gratuito.

Secondo passo: Siamo saliti al secondo piano del palazzo del comune e quasi subito una ragazza ci ha fatto accomodare. Sono passati alcuni minuti, una quantità interminabile di fogli (veri e propri lenzuoli in triplice copia!) quando mi è stata fatta la fatidica domanda: “Volete essere inseriti nella stessa famiglia anagrafica?”

Queste due non siamo io e Riccardo... mi raccomando non fate confusione!Che, in termini di legge si traduce in: “Dichiarate di avere dei legami affettivi?” Infatti, come ho già detto, se fossi stato il maggiordomo di Riccardo, la mia risposta sarebbe stata no. Idem se fossi stato in subaffitto.
Ma abbiamo un legame affettivo, e lo stato, il comune di Lissone, ha voluto saperlo, fidandosi della nostra dichiarazione.

Dunque oggi io e Riccardo costituiamo, per l’anagrafe, una famiglia. I risvolti pratici? Oltre a pagare il doppio delle tasse sull’immondizia (ma mio padre, pagherà la metà) leggete ad esempio questo articolo.

Morale della storia: Qual’è allora la morale di tutto? Beh, durante tutto il tempo, affacciandomi dal bancone, non potevo fare a meno di notare un coppia di giovani ragazzi (lui e lei) che stavano al di qua di una scrivania, mentre parlavano con un uomo seduto dall’altra parte. Era una coppia che stava chiedendo la pubblicazione degli atti.
Era stupefacente la normalità e la semplicità della cosa.
Altrettanto stupefacente è vedere come lo stato si possa ostinare a rifiutarsi di concedere questo servizio di base a me solo perché amo Riccardo invece di Riccarda (che nome orrendo sarebbe!)

Ho capito che quando si parla di diritto al matrimonio, non si sta parlando di diritti sofisticati, secondari o complicati. Si tratta semplicemente di andare al di là di una scrivania e dire che ci si vuole sposare.

Perciò vi invito ad andare in un comune e vedere cosa significa, in pratica, richiedere la pubblicazione degli atti.
Avete dei parenti o degli amici che si sposano? Chiedetegli di poter andare insieme a loro quando chiederanno la pubblicazione degli atti, così: per capire cosa ci stiamo perdendo.

Perché il matrionio e il diritto al matrimonio non sono sciocchezze. Sono la base minima della convivenza civile.

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